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“C’è qualcuno seduto all’ombra oggi perché qualcun altro ha piantato un albero molto tempo fa”. *

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“Vivere come un albero,

Libero e solitario.

Vivere come fratelli,

 come alberi in una foresta”.

(N.Hikmet)

Gli alberi sono da sempre sacri agli dei, e protagonisti di leggende e credenze popolari. Si possono infatti scoprire le diverse tappe dell’evoluzione umana attraverso la ricerca dei rapporti che sono esistiti nel tempo tra l’uomo e gli alberi.

Quanto leggerete di seguito è un lavoro di ricerca ed elaborazione realizzato a scuola dagli alunni della Classe 1 D della Scuola Secondaria di primo grado “G.Marconi”, di Mestre-Cipressina(Ve) dell’Istituto Comprensivo “G.Parolari”.

Capiremo l’importanza degli alberi e dei boschi nella vita di tutti noi. Affronteremo la situazione dei boschi e delle foreste nel mondo, ma partiremo dal prenderci cura di ciò che abbiamo intorno a noi. Analizzeremo le caratteristiche botaniche, partendo proprio dagli alberi che troviamo nel giardino della nostra scuola.

Leggeremo favole, fiabe e miti che legano da sempre la vita degli uomini agli alberi. Studieremo l’importanza della funzione del bosco nell’evoluzione della civiltà e società. Disegneremo, racconteremo, illustreremo e molto altro.

Seguiteci attraverso i prossimi articoli.

 

* (Cfr.W. Buffett)

 

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Venezia Serenissima e i boschi

Guardi,Francesco_Origini della Serenissima

Le isole della laguna vennero abitate sin dal V secolo, quando le popolazioni della terraferma cercarono scampo dalle invasioni di Visigoti e Unni e successivamente dei Longobardi. Nel 751, col crollo dell’esarcato di Ravenna, le isole lagunari conquistarono l’autonomia. Dopo l’assalto dei Franchi nell’810 gli abitanti trasferirono la capitale da Malamocco all’isola di Rialto, che tra il IX e il X secolo diventò il centro della vita politica ed economica della città. Nei secoli successivi nacquero le istituzioni della futura repubblica: la massima autorità politica e civile era il doge, affiancato dal Maggior Consiglio,  dal Senato e dal Consiglio dei Dieci. Le cariche, originariamente elettive, divennero presto privilegio di un numero ristretto di famiglie patrizie, trasformandosi di fatto in ereditarie.

Il dominio dei mari e la rivalità con Genova

A partire dal IX secolo Venezia fiorì rapidamente grazie ai traffici commerciali con Bisanzio e con l’Oriente, e nella seconda metà del secolo iniziarono le prime spedizioni armate contro Slavi e Saraceni. Nel corso dell’XI secolo fu assicurato il dominio dell’Adriatico, e nel secolo successivo furono gettate le basi dell’impero nel Levante attraverso la partecipazione alle crociate e l’acquisto di scali ed empori sulle coste siriache e su quelle palestinesi. L’ascesa della città in Oriente culminò con la quarta crociata, che vide la fondazione dell’Impero Latino d’Oriente nel 1204 e la conquista di Costantinopoli. Le colonie commerciali si trasformano in colonie territoriali, e Venezia divenne la vera padrona dell’Oriente. Questa espansione determinò il grande conflitto con Genova. Dapprima lo scontro rimase localizzato in Oriente, poi si spostò nell’Adriatico, dove Venezia subì nel 1298 la sconfitta di Curzola. La lotta finale per la supremazia nel Mediterraneo si ebbe alla fine del Trecento.

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L’espansione nell’ entroterra e la minaccia turca

Con la fine del Trecento iniziò la fase della politica di terraferma veneziana. Dopo aver conquistato il Trevigiano, la città perseguì una politica di penetrazione nell’entroterra, e nel 1430 il suo dominio si estendeva a occidente fino all’Adda e a oriente comprendeva tutto il Friuli. Intanto, però, sin dall’inizio del XIV secolo erano comparsi nel Mediterraneo orientale i Turchi Ottomani, che occuparono a poco a poco i territori veneziani. Nello stesso periodo la Serenissima iniziò il tentativo di estendere il suo potere in Italia occupando Brescia, Bergamo, Crema ed estendendosi in Puglia e in Romagna. Contro l’egemonia veneziana gli Asburgo d’Austria, la Spagna e la Francia si coalizzarono nella Lega di Cambrai, che nel 1509 sconfisse i Veneziani ad Agnadello, costringendoli a rinunciare a ogni mira espansionistica in Italia. Alla fine del Seicento iniziò il declino della Repubblica, che investì anche le attività artigianali e manifatturiere. Perduta ogni rilevanza politica, nel Settecento la città divenne ormai solo un centro turistico, celebre per le sue feste e i suoi carnevali. Ceduta all’Austria da Napoleone nel 1797, la Repubblica cessò di esistere.

Ricerca di Ardi T., Riccardo G., Asia F.

Cansiglio 1I boschi della Serenissima

Quando i Veneti entrarono nella sfera amministrativa romana, in pochi decenni le splendide e fitte foreste che costituivano il paesaggio del Nord-Est d’Italia vennero dissodate per fare spazio ad un sistema agrario basato su una quindicina di agri centuriati. Dopo circa cinquecento anni di sfruttamento, a seguito delle invasioni barbariche ed anche a causa di eventi climatici catastrofici; dopo ripetute epidemie di peste, i boschi tornarono a ricoprire i territori del Nord-Est. Con l’inizio del secondo millennio si ebbe una terza ondata di cambiamenti. Grazie a una nuova stabilità sociale e al rifiorire dell’economia, si tornò infatti a disboscare per fare spazio a nuove campagne e fornire cibo alla popolazione in crescita. Nel Nord Italia si distinse, a partire dal XV secolo, Venezia, importante repubblica marinara. La Repubblica Serenissima, aveva la necessità di conservare foreste produttive ed efficienti anche sotto il profilo idraulico, che servivano per fornire legname all’Arsenale. La Serenissima cercò quindi, di conservare le foreste che rimanevano ancora intatte nei suoi possedimenti, dedicando particolare attenzione alla selvicoltura e perfezionando sistemi di gestione forestale paragonabili ad alcuni di quelli ancora oggi in uso.

Il Cansiglio: la foresta della Serenissima 

Il Bosco del Cansiglio fornì, per quasi tre secoli, alla Casa dell’Arsenale i fusti di faggio coi quali si costruivano i lunghi remi delle galee, le famose navi veneziane. Il Cansiglio, che  è uno dei più bei boschi d’Italia, è stato l’antica foresta “da remo” della Serenissima, perché i suoi alberi erano censiti e tagliati soltanto per i cantieri navali di Venezia e in particolare erano utilizzati per costruire i remi delle navi veneziane.

Ricerca di Alberto Z., Fatlum S., Daniel P.

AlpagoBoschi comuni

 Si è stimato che nel XIII secolo, in tutta la pianura veneto-friulana, circa quattro quinti del territorio rurale fossero ancora occupati da boschi e da paludi. Essendoci tanta abbondanza di alberi venivano dati ampi tratti di boschi alla gente originaria dei luoghi, riunita in comunità, come proprietà collettiva e venivano sfruttati liberamente. In questo modo, però, le foreste vennero devastate, così due secoli più tardi si dovette correre ai ripari. Dapprima si tentò di limitare i diritti d’uso concessi ai contadini con delle leggi; all’inizio vincolando i migliori boschi dati in uso collettivo. Poi, dovendo comunque soddisfare le necessità domestiche (riscaldamento e cucina), quelle dei lavori agricoli (paleria per le viti) e quelli per le costruzioni (attrezzi e carri), si fissarono delle leggi sull’uso degli alberi da taglio e si studiarono regole appropriate di coltivazione in modo che i boschi, troppo sfruttati, progressivamente non perdessero la loro capacità produttiva. Venezia anticipò il principio moderno della sostenibilità. Verso la fine del 1500 era ormai comune infliggere pesanti condanne a chi avesse abbattuto alberi d’ogni specie, anche peri o meli coltivati negli orti, senza averne ricevuto il permesso. Dal XIII secolo si cominciò a registrare anche un nuovo generale peggioramento delle condizioni di stabilità idraulica del territorio, sottoposto sempre più di frequente a piene, alluvioni. Oggi sappiamo che la causa di questi fenomeni deriva dalle intense deforestazioni, soprattutto in montagna; ma allora nessuno sembrava in grado di collegare fenomeni che distavano anche centinaia di chilometri l’uno dall’altro, dalla montagna alla pianura. Soltanto Venezia fece in parte eccezione, dando organicità, pur se gradualmente, a un disegno di governo accorto e onnicomprensivo dei suoi possedimenti, che prevedeva anche la tutela e la valorizzazione dei boschi e del territorio forestale.

La Serenissima e boschi dello “Stato da tera”

 Alcuni storici datano l’interesse della politica veneziana verso l’entroterra veneto e friulano al momento della elezione del Doge Francesco Foscari, avvenuta nel 1423. In quegli anni Venezia possedeva una flotta mercantile dotata di 3300 navi, sulle quali si imbarcavano 25000 marinai; l’Arsenale armava ogni anno 45 nuove galere da guerra, e nella flotta prestavano servizio 11000 marinai. La Casa dell’Arsenale provvedeva alla costruzione e alla manutenzione di queste navi impiegando costantemente almeno 1600 dipendenti (fino a 4000 in casi eccezionali), in larga misura marangoni, cioè esperti nel taglio e nella lavorazione del legname. Quindi, circa 40000 persone, con le relative famiglie, dipendevano dalla disponibilità di legname per l’industria navale e dal commercio marittimo. La formazione di uno Stato da Tera, accanto al preesistente Stato da Mar, dipendeva sia  dalla necessità di una difesa dalla terraferma, ma anche il potenziamento delle ricchissime opportunità di approvvigionamento di buon legname e di ogni altro bene agricolo che sia la montagna, sia la fertile pianura veneto-friulana, avrebbero potuto a lungo garantire alla Serenissima.

Ricerca di Denis B., Anna C.

Un fiume di legname

 La necessità di legname era immensa. Enormi quantità di pali servivano per consolidare le rive per rimediare ai danni causati dalle mareggiate. Moltissima legna contribuiva al riscaldamento della città. Altrettanto importante era la richiesta delle vetrerie. Per le fondamenta serviva il legname più pregiato, di rovere o di larice. Le conifere venivano dal Cadore, fluitate lungo il Piave, oppure dal Vanoi e dal Primiero, lungo il Cismon e poi lungo il Brenta. Nel Brenta venivano calati anche  gli abeti dell’Altopiano di Asiago. Il Bacchiglione portava a Chioggia il legname dell’alta pianura vicentina e l’Adige quelle della Lessinia e delle alte terre veronesi, oltre a quelle provenienti dal Tirolo.Una fitta rete di canali, faceva arrivare gli alberi di rovere dalla pianura fino a Venezia.

Zattere e zattieri

Il legname giungeva legato in zattere fluitate lungo i fiumi principali. Le zattere constavano di più ordini di taglie, cioè tronchi di quattro-sei metri di lunghezza, legati tra loro e collegati in più elementi come i vagoni di un treno. Quelle di maggiori dimensioni erano larghe fino a cinque metri e lunghe oltre venti. Su quelli centrali venivano collocate merci, e talvolta anche passeggeri. Le zattere affrontavano i fiumi approfittando dei momenti di piena moderata. Quelle che scendevano l’Adige giungevano a Chioggia; quelle che percorrevano la via del Piave entravano in laguna all’altezza di Jesolo. Venivano quindi condotte fino a Venezia, ai due porti a esse destinati  cioè le Zattere e Sacca della Misericordia. Dalle Zattere arrivavano agli squeri per le barche più piccole e all’Arsenale per le navi.

Ricerca di Alberto Z., Fatlum S., Daniel P.

 

Quanti boschi per costruire una galea!

Per le costruzioni navali erano richieste le “legne” di qualità migliore. In particolare, le galee veneziane del 1400-1500 erano navi grandi complesse, fornite di tre alberi mobili, con vela quadra, ma dotate anche di remi, fino a venticinque per ogni fiancata e con due o tre vogatori per remo. Lo scafo era largo cinque metri, e lungo fino a quaranta, snello e sottile, particolarmente veloce pur essendo capace di portare fino a trecento uomini completamente armati, oppure una gran quantità di mercanzie, quando le galee erano destinate “anche” al commercio. Secondo un elenco del 1500 (Asche, 1994), per costruire una galera di questo tipo servivano quasi 500 m3 di legno quercia, 50 m3 di legname di conifera e di qualche centinaio di tronchi di faggio. Solo per mantenere la sua potenza militare sul mare, l’Arsenale richiedeva ogni anno, sul principio del 1500, più di 20000 m3 di legno di quercia  oltre a qualche migliaio di m3 di legno di conifera. Nel 1572, l’anno successivo la battaglia di Lepanto, l’Arsenale fu in grado di varare e armare ben venticinque galee in un solo mese, come raccontano numerose cronache di quell’episodio. C’era una grande scorta  di tronchi fluitati fino al Lido, lungo le cui rive lagunari essi venivano stagionati, incatenati e immersi nell’acqua salsa, per almeno dieci anni. La Repubblica organizzò un servizio di gestione forestale in tutti i suoi territori in terraferma, con particolare attenzione ai boschi di pianura e di collina in cui crescevano le insostituibili querce.

Ricerca di Alessia L., Ylli K.

 

Sitografia e bibliografia essenziale

wwwedatlas.it

http://www.treccani.it/enciclopedia/venezia_%28Enciclopedia-dei-ragazzi%29/

Franco Dal Cin, “La Serenissima e il governo del Bosco d’Alpago nell’operato dei rettori di Belluno(XVI e XVII secolo)”,Cansiglio.it 2014

Franco Dal Cin, “Ordini, provisioni, decreti, terminacioni et lettere In materia de boschi d’Alpago, et Caiada.”, Cansiglio.it 2015

Franco Viola “Foreste della Serenissima: frammenti di storia forestale”, Dipartimento Territorio e Sistemi Agro Forestali, Università di Padova, Lettura del 9 novembre 2011 – Padova, Sezione Nord Est.

Alessandro De Vescovi,“Dal bosco all’Arsenale. Appunti di viaggio di un abete rosso del Cadore”, tesi di laurea in Tecnologie ed industrie del legno, Università degli Studi di Padova.

La politica ambientale della Repubblica di Venezia

Venezia e alberi

Guarda la presentazione su Prezi.

Nella sua lunga e secolare storia la Repubblica di Venezia ha sempre considerato con grande attenzione e lungimiranza i problemi ambientali. Nel territorio della Repubblica di Venezia acque e boschi erano gli elementi base del rapporto fra natura e uomo, finalizzato ad un intelligente sfruttamento delle risorse, che mirava alla conservazione del patrimonio ambientale. Città e ambiente erano, e sono, quindi strettamente legati, al punto che la laguna esiste ancora oggi grazie all’ intervento dell’uomo ma, al tempo stesso, è questo intervento che potrebbe mettere in pericolo la sua sopravvivenza.

Esempi significativi della politica ambientale della Repubblica di Venezia sono la regolazione dei corsi d’acqua per preservare la laguna e gli interventi per la conservazione dei boschi delle zone montane, fonte di prezioso legname, materia prima per la costruzione di edifici e di navi, nel famoso Arsenale. La tutela dei boschi serviva anche ad evitare il dissesto idrogeologico e l’interramento della laguna. (Continua su Prezi).

Felix Finkbeiner, il bambino che piantava gli alberi.

“Per finire, vorrei lanciare un messaggio a tutti i ragazzi del mondo: noi ragazzi rappresentiamo la maggioranza della popolazione mondiale. Possiamo quindi cambiare qualcosa. E non dimenticatelo mai: una zanzara da sola non può scagliarsi contro un rinoceronte, ma migliaia di zanzare possono costringere un rinoceronte a cambiare direzione”. (dal discorso di Felix Finkbeiner all’ONU, 2011)

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Felix Finkbeiner  è bambino tedesco che  nel 2007, quando aveva 9 anni, dopo che gli era stata spiegata la fotosintesi clorofilliana a scuola e fatta una ricerca sui cambiamenti climatici, ha conosciuto la storia  di Wangari Maathai, che aveva lavorato per piantare oltre 30 milioni di alberi in tutta l’Africa. Così Felix, il 28 marzo 2007 fece piantare il primo albero nella sua scuola. Felix si era posto come obiettivo di piantare un milione di alberi nella sola Germania, ma desiderava che ogni bambino potesse piantare un milione di alberi per ogni paese della terra. Dopo un anno erano già stati piantati 150.000  alberi. Dall’inizio della sua visione, solo in Germania Felix ha piantato più o meno 30 alberi all’ora, ogni ora.  Felix è riuscito anche a presentare la sua iniziativa all’assemblea delle Nazioni Unite. Il 4 maggio 2011 ha raggiunto il suo primo obiettivo: ha pianto il milionesimo albero davanti ai ministri dell’ambiente di 45 nazioni.

Nel 2011 fondò ufficialmente una fondazione chiamata Plant-for-the-Planet, che Felix per due anni guidò personalmente. Dalla sua creazione, l’organizzazione si è sviluppata in un movimento mondiale. Felix è intervenuto anche alla Conferenza Tunza per l’infanzia e la gioventù dell’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente), dove ha promosso Plant-for-the-Planet ed è stato in grado di ottenere il sostegno dei bambini di tutto il mondo, promettendo di piantare un milione di alberi nei loro paesi. I principali luoghi dove vengono sentiti gli effetti del cambiamento climatico sono i paesi del Sud del mondo, che  soffrono maggiormente il problema ed è proprio in queste nazioni che la fondazione agisce maggiormente, andando a creare frutteti per cercare di sviluppare l’agricoltura.

Oggi Felix ha 20 anni e continua nel suo impegno ambientalista. La sua Fondazione lavora con Nazioni Unite e Nasa,  coinvolgendo nel suo progetto migliaia di ragazzi a ogni latitudine. Oggi grazie a lui sono già stati piantati oltre 15 miliardi di alberi, 200 mila solo in Italia. Il suo obiettivo è ridurre la Co2 in atmosfera di 10 miliardi di tonnellate all’anno. E per farlo dovrà arrivare a piantare in tutto un trilione di alberi.

“Noi ragazzi abbiamo compreso che gli adulti sanno tutto su queste crisi. Ma ciò che non comprendiamo è perché venga fatto così poco. Siamo convinti che gli adulti sanno perfettamente quali sfide ci attendono e quali sono le soluzioni. Ma non comprendiamo perché venga fatto così poco”.(Felix Finkbeiner)

E noi cosa ne pensiamo?

Dopo aver visto il video di Felix,  aver letto le sue parole  ed ascoltato la sua storia pensiamo che:

Il nostro futuro può migliorare anche con minime azioni e piccole attenzioni da parte nostra (Asia F.)

Sono d’accordo con ciò che dice Felix, da soli possiamo fare poco, ma tutti insieme molto. Come dice il proverbio “l’unione fa la forza” (Alberto Z.)

Uno da solo non può fare molto per il mondo, ma tanti di noi, uniti insieme, possono fare tanti cambiamenti per il nostro futuro. (Denis B.)

Io credo che l’affermazione di Felix sia giusta perché lui, da solo, non può combattere contro la deforestazione, ma se tutti cominciamo a piantare alberi, curiamo l’ambiente, non sprechiamo cibo, non sprechiamo acqua, teniamo comportamenti sostenibili possiamo salvare il mondo e le generazioni future. Se diamo un senso ad ogni nostra azione, avremo un mondo migliore. (Daniel P.)

Secondo me il discorso di Felix è molto utile,  perché così i ragazzi si sentono incoraggiati a piantare gli alberi ed a migliorare l’ambiente. Invece che tagliare sempre alberi dovremmo prendere anche esempio dagli antichi della Serenissima.  Quando tagliamo gli alberi poi dovremmo ripiantarli così non ci saranno più luoghi secchi e senza alberi ed  in futuro si vivrà meglio. (Riccardo G.)

Secondo me, l’affermazione di Felix è giusta. I grandi dovrebbero contare su di noi, perché noi siamo il futuro. Tagliando gli alberi si diminuisce l’ossigeno, perciò dobbiamo impegnarci a piantare più alberi, cosi la nostra terra continuerà a vivere. (Ardi T.)

Gli adulti non considerano il futuro delle nuove generazioni. (Alessia L.)

Donne e uomini che piantano alberi. Dal romanzo alla realtà.

“Sono le piccole cose che fanno i cittadini quelle che fanno la differenza. La mia piccola cosa è piantare alberi”. (Wangari Maathai)

Se il personaggio di  Elzéard Bouffier è frutto della fantasia di uno scrittore, nella realtà ci sono persone che portano avanti un’impresa come la sua, in qualche caso in solitudine, come il protagonista di Giono.

In classe abbiamo conosciuto la storia di Wangari Maathai e di Yacouba Sawadogo, entrambi africani, una del Kenya, l’altro del Burkina Faso.

Wangari Maathai  è la donna che ha fondato il Green Belmaathait Movement, coinvolgendo milioni di donne nella lotta alla deforestazione e alla povertà. Nel 2004 ha ottenuto il premio Nobel per la pace (per la prima volta a una donna africana) come riconoscimento del legame tra sviluppo sostenibile, democrazia e pace. Nata a Nyeri in Kenya nel 1940, dopo aver studiato negli Stati Uniti, in Germania e a Nairobi, inizia a insegnare anatomia veterinaria, prima donna kenyota a diventare professore universitario. Nel 1976, attiva con il Consiglio nazionale delle donne del Kenya, propone l’idea di coinvolgere le comunità locali a piantare alberi come attività chiave per contrastare la deforestazione. L’obiettivo finale è quello di ridurre la povertà proteggendo l’ambiente e piantare alberi diventa un’azione fondamentale per frenare la diminuzione delle risorse a disposizione dei villaggi. Con questo obiettivo fonda il Green Belt Movement, che porta le donne a piantare oltre 40 milioni di alberi. L’attività di Wangari Maathai cerca sempre di coniugare democrazia, diritti umani e difesa dell’ambiente, in un ottica di sviluppo sostenibile. Nel 2000 guida la campagna per la cancellazione del debito dei paesi africani in occasione del Giubileo. Si batte anche contro il land grabbing (l’acquisizione su larga scala di terreni in paesi poveri da parte di aziende multinazionali e governi), denunciando il fenomeno in molti organismi internazionali. wangari-maathai Nel 2004 le viene riconosciuto il Premio Nobel per la pace perché “è stata una fonte di ispirazione per molti nella lotta per i diritti democratici e soprattutto ha incoraggiato le donne a migliorare la propria situazione”. Malata da tempo muore a Nairobi nel 2011, ma il suo esempio fa scuola nel mondo.

“Un albero spinge le radici nel profondo del terreno e tuttavia svetta alto nel cielo. Ci dice che per poter ambire a qualcosa dobbiamo essere ben piantati per terra e che, indipendentemente da quanto in alto arriviamo, è sempre dalle radici che attingiamo il nostro sostentamento.” da “Solo il vento mi piegherà” di Wangari Maathai.

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Yacouba Sawadogo nasce in Burkina Faso, circa settant’anni fa. Egli riesce a perfezionare alcune tecniche di agricoltura tradizionale per recuperare terreni gravemente colpiti dalla siccità, come il Sahel africano.

A Gourga, villaggio della zona nordorientale del Burkina Faso, Yacouba Sawadogo pianta alberi e coltiva la terra diventata arida dopo il periodo di siccità compreso tra il 1973 e il 1984. Pur avendo studiato decide di dedicarsi alla terra e di sperimentare un’antica tecnica di cui aveva sentito parlare dai suoi genitori: lo Zaï, che consiste nel preparare la terra nella stagione secca creando microbacini in grado di trattenere l’acqua piovana della stagione successiva. Modifica, però, la tecnica aumentando, sia in larghezza che in profondità, la dimensione delle buche scavate nel terreno, che poi ricopre di foglie e letame. Quest’intuizione appare subito molto utile. Numerose termiti vengono attirate nei buchi e, digerendo la materia organica, contribuiscono a rimineralizzare il suolo. Con l’arrivo delle piogge, l’acqua raccolta nelle buche inizia a scorrere nei tunnel scavati da questi insetti consentendo una migliore irrigazione e permettendo al terreno di sostenere adeguatamente la crescita di sesamo, sorgo e miglio. Preoccupato per l’avanzata del deserto che avrebbe potuto inghiottire le coltivazioni, comincia a piantare diverse specie di alberi e a prendersi cura di quelle spontanee.Deserto Nell’ arco di una trentina d’anni piante di tamarindo, karité, acacie e baobab sono diventate una foresta di oltre una dozzina di ettari in pieno deserto del Sahara e Yacouba continua a lavorare, incurante delle critiche che gli sono state rivolte in passato o dell’avidità di chi vuole tagliare la “sua” foresta per costruire. Condivide il suo sapere e le sementi e, attraverso la radio, raggiunge un gran numero di contadini della zona, informandoli sui periodi di semina e suggerisce come fare con il raccolto. Numerosi agricoltori si recano a Gourga per scambiare con lui i semi migliori e apprendere le nuove tecniche, semplici ed economiche. Molti contadini seguendo il suo esempio stanno rigenerando terreni altrimenti desertificati.

 

“L’uomo che piantava gli alberi”

“Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole”. (J.Giono)

Abbiamo letto in classe il testo di J.Giono “L’uomo che piantava gli alberi”.

Il romanzo racconta la vicenda di Elzéard Bouffier e della sua tenacia nel piantare alberi. La storia comincia nel 1913; il narratore sta facendo una gita a piedi sulle Alpi provenzali.  Durante il cammino finisce le scorte d’acqua, in una vallata deserta e senza alberi, dove cresce solo lavanda selvatica, senza alcun segno di vita, salvo un villaggio abbandonato, con case vecchie e rovinate ed una fonte secca. Il ragazzo incontra un pastore assieme al suo gregge di pecore, che gli offre l’acqua dalla sua borraccia. Il pastore è un uomo silenzioso che ospita il narratore nella sua casa. Il giorno dopo lo segue mentre fa i suoi lavori e scopre che lui pianta ogni giorno cento ghiande. Gli spiega che dopo essere diventato vedovo, aveva deciso di migliorare il luogo desolato in cui viveva facendovi crescere una foresta. Elzéard Bouffier, per preservare e migliorare la valle cerca, piantando le ghiande ogni giorno, di rimboscare l’area. Dopo questo incontro, il narratore combatte come soldato di fanteria nella prima guerra mondiale. Una volta congedato, torna negli stessi luoghi nel 1920 ed è sorpreso alla vista della trasformazione del paesaggio, con alberi ormai alti, non solo querce, ma anche faggi e betulle. L’acqua scorre nuovamente in ruscelli una volta secchi, e la foresta raggiunge ormai un’estensione di undici chilometri. Ritrova anche Elzéard Bouffier, che non fa più il pastore, ha tenuto solo quattro pecore, ma è divenuto apicoltore. Da quel giorno torna a trovare ogni anno l’amico, ammirando la crescita della foresta. Le popolazioni vicine si accorgono della trasformazione, ma la attribuiscono a fattori naturali. Nel 1935 la nuova foresta viene visitata da una delegazione governativa e viene messa sotto la protezione dello Stato. Dopo la seconda guerra mondiale, anche il villaggio abbandonato viene nuovamente popolato e sorgono nuove fattorie e coltivazioni nei dintorni, tutti gli abitanti sono nuovamente felici grazie a Elzéard Bouffier. Il racconto si conclude con la notizia della morte serena in una casa di riposo di Elzéard Bouffier nel 1947.

Il giardino dei Giusti

161829093-3bd8db6b-ea1b-4f11-b94e-baa19e203128Il giardino dei Giusti è un luogo dedicato ai giusti, cioè coloro che, non ebrei, hanno salvato delle vite umane a rischio della loro stessa vita. Tutto questo è successo durante la seconda guerra mondiale quando i nazisti perseguitavano gli ebrei. Queste persone, considerate giuste, si sono battute a favore dei diritti umani, a difesa della dignità di ogni uomo.

Il primo Viale dei Giusti è iniziato a Gerusalemme nel 1962. Il promotore è stato in Moshe Bejski, un ebreo salvato dall’imprenditore tedesco Oskar Schindler. Moshe Bejski ha dedicato la propria vita a ricercare nel mondo i Giusti tra le nazioni. Tra il 1963 e il 2001 ne sono stati commemorati 26.513 di cui 295 italiani.

Il  giardino è sorto nel 1962 presso il MUSEO di YAD VASHEM a Gerusalemme, il luogo della memoria della Shoah. Per ogni giusto tra le nazioni venne scelto di piantare un albero di carrubo.201711211215_giusti-fra-le-nazioni

Anche in Italia molte città hanno aderito a questa iniziativa creando dei giardini commemorativi.

Asia F., Daniel P., Denis B.

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Rami di rime (seconda parte)

Se vi sono piaciute le nostre filastrocche, eccone altre. Ci siamo incontrati ancora con i bambini di quinta primaria ed abbiamo creato altre filastrocche simpatiche.

Potete sfogliare la raccolta dei testi accompagnati da alcuni dei nostri disegni.

Nel video che abbiamo montato potete vedere alcuni momenti dei nostri incontri.

Per vedere il video clicca QUI

                                                    Riccardo G., Suraya K., Anna C. 

Economia del bosco nel Medioevo

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Ricerca di  Asia F e Alessia L.

Gli uomini che abitavano l’Europa erano assai meno numerosi di oggi. Il paesaggio dell’Europa settentrionale era ricoperto da foreste, boschi e paludi. Le tecniche di coltivazione erano molto primitive. Per questo gli uomini cercavano il cibo anche all’interno delle foreste e dei boschi. cerbiattoCerte parti della foresta erano usate per la caccia, invece in altre parti si estirpavano alberi per creare radure abitabili e coltivabili. Si procedeva a tagli periodici per avere legname, si davano foglie ed erbe agli animali, si ricavava carbone da legname grosso, mentre i ramoscelli venivano bruciati e le ceneri usate per concimare il suolo. Il legname, veniva usato anche in parte per costruire case ed attrezzi; in parte, bruciandolo, per cuocere i cibi e riscaldare le case. Con le pigne si accendeva il fuoco. Nei buchi degli alberi più grossi spesso le api costruivano i loro favi, dai quali si ricavava il miele, che era molto apprezzato in quanto era l’unica sostanza dolcificante conosciuta. L’albero più pregiato era la quercia perché produceva le ghiande di cui si nutrivano i maiali.forest-2165911_1280 Anche il faggio, per le sue faggiuole, era prezioso per il nutrimento dei maiali e, per questa ragione, era spesso classificato tra gli alberi fruttiferi. I frutti del castagno costituivano in molte regioni la base dell’alimentazione. L’ammenda per l’abbattimento di un albero all’insaputa del proprietario era fissata nel modo seguente: olivo, cinque soldi; alberi fruttiferi, tre soldi; alberi con ghiande mature, due soldi; alberi con ghiande ancora in crescita, un soldo. Nella foresta si potevano raccogliere frutti, si poteva cacciare la selvaggina e pescare negli stagni, nei fiumi e nei laghi, ma soprattutto si può osservare che le superfici boschive si misuravano secondo il numero dei porci che potevano nutrirsi. L’enorme distesa dei boschi e delle selve era qua e là disseminata di isole coltivate, spesso distanti le une dalle altre. Anche nelle zone più produttive larghe estensioni di boschi e di incolti cingevano le terre coltivate dai villaggi che rappresentavano i punti fissi attorno a cui si organizzavano la sistemazione dei terreni coltivati e da cui partivano le strade. Il bosco e la foresta, se da un lato erano fonti di cibo e di legna, dall’altro erano pieni di mistero per gli uomini del Medioevo. La presenza di molti animali selvatici, tra cui il lupo, e la poca conoscenza di quello che succedeva dentro il bosco durante la notte fecero nascere molte leggende.cervi

LA PRODUZIONE DEL BOSCO

Alberi: lignite(carbone), legname, rusca (corteccia), foglie(strame). Castagne: frutti, farina. Ghiande: allevamento suini. Riserva di caccia: cinghiali, cervidi, uccelli. Pascolo: ovini

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Il bosco nella storia

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Ricerca liberamente tratta dal libro di Marco Paci, “L’uomo e la foresta”  – Editore Meltemi

Quando la storia delle foreste si è incrociata con quella degli uomini, molte cose sono cambiate per le immense distese di alberi, che a stento sono riuscite a difendersi dal fuoco, dall’agricoltura, dal pascolo e dall’edilizia. Da allora ad oggi, la società umana ha impresso orme indelebili nelle foreste.

Il bosco sacro e le battaglie navali: l’Antica Grecia e l’Antica Roma

La religione, fin dalla nascita delle prime civiltà, rappresentò un efficace mezzo di controllo del patrimonio forestale, in grado di agire con successo dove la legge era impotente. Gli antichi Greci sono il punto di partenza per comprendere come si possa controllare un patrimonio forestale con la religione e il mito a supporto della legge. Secondo il mito le divinità nacquero dagli alberi: le ninfe Driadi in particolare erano considerate vere e proprie anime arboree, che potevano vivere nei vegetali a loro consacrati. Le ninfe erano connaturate all’albero sacro al punto che, se questo fosse stato tagliato, ne sarebbero usciti lamenti e sangue. Inoltre ogni specie arborea era sacra a un dio, come la quercia a Zeus, l’alloro al solare Apollo, il faggio per Giove. E’ cosi che il bosco sacro divenne il primo tempio dei popoli greci, un tempio in cui tagliare alberi rappresentava un sacrilegio a meno di un permesso accordato dalle autorità.  Non è un caso che quelli in pietra delle epoche successive riproposero le linee dell’albero sacro con le colonne come fusto e il capitello come chioma. L’idea del tempio è stata poi ripresa nelle basiliche cristiane.

La foresta fu anche la culla dell’impero romano da dove questa civiltà seppe attingere risorse legnose per affrontare le esigenze della vita civile e militare. Quando si parla di sfruttamento del patrimonio forestale da parte degli antichi Romani, ci si riferisce sostanzialmente alle attività belliche e in particolare alle opere grandiose della marina navale. Per questo nel I secolo d.C., non solo le foreste dell’Europa ma anche quelle dell’Asia Minore erano state ormai intensamente sfruttate per usi navali. E cosi, man mano che allargava l’area di influenza della sua civiltà, Roma distruggeva, con le antiche foreste, anche le proprie origini. Li si trovavano infatti, non solo il legno, ma anche i miti, le leggende e la cultura dei vari popoli sottomessi come i Celti, i Traci e i Mauritani e tutti i popoli che cadevano sotto l’influenza dei discendenti di Romolo.

Medioevo e la “Selva oscura”.

 Nell’Alto Medioevo, vigeva un’economia chiusa. A quei tempi ci si spostava poco. Il viaggio, da una città all’altra, avveniva spesso attraverso territori coperti da foreste, ed era pieno di insidie. Nel Medioevo le foreste, popolate come erano di bestie feroci e di briganti, erano davvero inospitali, ed attraversarle rappresentava un rischio reale. La chiesa identificava quindi il bosco come la selva oscura, roccaforte del culto pagano, patria di streghe e di ogni bestialità.  Questo atteggiamento della chiesa si spiega anche con il difficile percorso di evangelizzazione delle zone rurali europee presso le quali resistevano culti pagani legati alla natura, da sempre diffusi nella cultura contadina.forest-56930_960_720
Foreste e monachesimo

A partire dall XI secolo la società medievale subì importanti trasformazioni, che si ripercossero sul manto forestale. La crescita demografica e l’affermazione della città sul feudo modificarono l’atteggiamento nei confronti del bosco, che veniva considerato più come fornitore di carbone e legno e soprattutto come spazio per nuovi insediamenti e colture cerealicole. Comunità religiose, intanto, individuavano nei territori boscati i luoghi ideali per dedicarsi alla preghiera e al lavoro. La spiritualità del cristianesimo medievale si tradusse quindi nella spiritualità della foresta. I monaci Camaldolesi e i monaci Cistercensi cercarono la solitudine dei boschi soprattutto per “addomesticarli”. Il rispetto della natura non significava soltanto osservarla in un meditato distacco, ma guidarla a beneficio della comunità. I Benedettini coltivavano la foresta tenendo presenti le esigenze delle loro abbazie, senza disdegnare il commercio di legname. Questo permetteva ai monaci di vivere senza ricorrere all’elemosina. Occorreva però puntare sul legno di conifere, capace di fornire assortimenti di valore superiore. I boschi misti a prevalenza di querce e faggio furono perciò sostituiti con boschi di abeti. Diverso fu l’atteggiamento dei Francescani. Essi fecero la silvicoltura in relazione ai bisogni di autoconsumo e di sostentamento dei poveri. E’ cosi che i seguaci di San Francesco gestirono il bosco in modo assai diverso rispetto ai Benedettini: le utilizzazioni boschive furono assai contenute e comunque eseguite in modo da favorire la rinnovazione del bosco e ridurre così la densità eccessiva. E’ quello che oggi si potrebbe definire una gestione ecologica del bosco, di cui non si esclude l’uso, purchè moderato e rispettoso di un bene che appartiene a tutti. Il bosco, per i Francescani era parte integrante del convento. La conseguenza è che i tratti boscati adiacenti ai conventi francescani sono tutt’oggi ricchi di specie arboree e arbustive. PRAGLIA