Donne e uomini che piantano alberi. Dal romanzo alla realtà.

“Sono le piccole cose che fanno i cittadini quelle che fanno la differenza. La mia piccola cosa è piantare alberi”. (Wangari Maathai)

Se il personaggio di  Elzéard Bouffier è frutto della fantasia di uno scrittore, nella realtà ci sono persone che portano avanti un’impresa come la sua, in qualche caso in solitudine, come il protagonista di Giono.

In classe abbiamo conosciuto la storia di Wangari Maathai e di Yacouba Sawadogo, entrambi africani, una del Kenya, l’altro del Burkina Faso.

Wangari Maathai  è la donna che ha fondato il Green Belmaathait Movement, coinvolgendo milioni di donne nella lotta alla deforestazione e alla povertà. Nel 2004 ha ottenuto il premio Nobel per la pace (per la prima volta a una donna africana) come riconoscimento del legame tra sviluppo sostenibile, democrazia e pace. Nata a Nyeri in Kenya nel 1940, dopo aver studiato negli Stati Uniti, in Germania e a Nairobi, inizia a insegnare anatomia veterinaria, prima donna kenyota a diventare professore universitario. Nel 1976, attiva con il Consiglio nazionale delle donne del Kenya, propone l’idea di coinvolgere le comunità locali a piantare alberi come attività chiave per contrastare la deforestazione. L’obiettivo finale è quello di ridurre la povertà proteggendo l’ambiente e piantare alberi diventa un’azione fondamentale per frenare la diminuzione delle risorse a disposizione dei villaggi. Con questo obiettivo fonda il Green Belt Movement, che porta le donne a piantare oltre 40 milioni di alberi. L’attività di Wangari Maathai cerca sempre di coniugare democrazia, diritti umani e difesa dell’ambiente, in un ottica di sviluppo sostenibile. Nel 2000 guida la campagna per la cancellazione del debito dei paesi africani in occasione del Giubileo. Si batte anche contro il land grabbing (l’acquisizione su larga scala di terreni in paesi poveri da parte di aziende multinazionali e governi), denunciando il fenomeno in molti organismi internazionali. wangari-maathai Nel 2004 le viene riconosciuto il Premio Nobel per la pace perché “è stata una fonte di ispirazione per molti nella lotta per i diritti democratici e soprattutto ha incoraggiato le donne a migliorare la propria situazione”. Malata da tempo muore a Nairobi nel 2011, ma il suo esempio fa scuola nel mondo.

“Un albero spinge le radici nel profondo del terreno e tuttavia svetta alto nel cielo. Ci dice che per poter ambire a qualcosa dobbiamo essere ben piantati per terra e che, indipendentemente da quanto in alto arriviamo, è sempre dalle radici che attingiamo il nostro sostentamento.” da “Solo il vento mi piegherà” di Wangari Maathai.

yacouba_sawadogo

Yacouba Sawadogo nasce in Burkina Faso, circa settant’anni fa. Egli riesce a perfezionare alcune tecniche di agricoltura tradizionale per recuperare terreni gravemente colpiti dalla siccità, come il Sahel africano.

A Gourga, villaggio della zona nordorientale del Burkina Faso, Yacouba Sawadogo pianta alberi e coltiva la terra diventata arida dopo il periodo di siccità compreso tra il 1973 e il 1984. Pur avendo studiato decide di dedicarsi alla terra e di sperimentare un’antica tecnica di cui aveva sentito parlare dai suoi genitori: lo Zaï, che consiste nel preparare la terra nella stagione secca creando microbacini in grado di trattenere l’acqua piovana della stagione successiva. Modifica, però, la tecnica aumentando, sia in larghezza che in profondità, la dimensione delle buche scavate nel terreno, che poi ricopre di foglie e letame. Quest’intuizione appare subito molto utile. Numerose termiti vengono attirate nei buchi e, digerendo la materia organica, contribuiscono a rimineralizzare il suolo. Con l’arrivo delle piogge, l’acqua raccolta nelle buche inizia a scorrere nei tunnel scavati da questi insetti consentendo una migliore irrigazione e permettendo al terreno di sostenere adeguatamente la crescita di sesamo, sorgo e miglio. Preoccupato per l’avanzata del deserto che avrebbe potuto inghiottire le coltivazioni, comincia a piantare diverse specie di alberi e a prendersi cura di quelle spontanee.Deserto Nell’ arco di una trentina d’anni piante di tamarindo, karité, acacie e baobab sono diventate una foresta di oltre una dozzina di ettari in pieno deserto del Sahara e Yacouba continua a lavorare, incurante delle critiche che gli sono state rivolte in passato o dell’avidità di chi vuole tagliare la “sua” foresta per costruire. Condivide il suo sapere e le sementi e, attraverso la radio, raggiunge un gran numero di contadini della zona, informandoli sui periodi di semina e suggerisce come fare con il raccolto. Numerosi agricoltori si recano a Gourga per scambiare con lui i semi migliori e apprendere le nuove tecniche, semplici ed economiche. Molti contadini seguendo il suo esempio stanno rigenerando terreni altrimenti desertificati.

 

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