Il bosco nella storia

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Ricerca liberamente tratta dal libro di Marco Paci, “L’uomo e la foresta”  – Editore Meltemi

Quando la storia delle foreste si è incrociata con quella degli uomini, molte cose sono cambiate per le immense distese di alberi, che a stento sono riuscite a difendersi dal fuoco, dall’agricoltura, dal pascolo e dall’edilizia. Da allora ad oggi, la società umana ha impresso orme indelebili nelle foreste.

Il bosco sacro e le battaglie navali: l’Antica Grecia e l’Antica Roma

La religione, fin dalla nascita delle prime civiltà, rappresentò un efficace mezzo di controllo del patrimonio forestale, in grado di agire con successo dove la legge era impotente. Gli antichi Greci sono il punto di partenza per comprendere come si possa controllare un patrimonio forestale con la religione e il mito a supporto della legge. Secondo il mito le divinità nacquero dagli alberi: le ninfe Driadi in particolare erano considerate vere e proprie anime arboree, che potevano vivere nei vegetali a loro consacrati. Le ninfe erano connaturate all’albero sacro al punto che, se questo fosse stato tagliato, ne sarebbero usciti lamenti e sangue. Inoltre ogni specie arborea era sacra a un dio, come la quercia a Zeus, l’alloro al solare Apollo, il faggio per Giove. E’ cosi che il bosco sacro divenne il primo tempio dei popoli greci, un tempio in cui tagliare alberi rappresentava un sacrilegio a meno di un permesso accordato dalle autorità.  Non è un caso che quelli in pietra delle epoche successive riproposero le linee dell’albero sacro con le colonne come fusto e il capitello come chioma. L’idea del tempio è stata poi ripresa nelle basiliche cristiane.

La foresta fu anche la culla dell’impero romano da dove questa civiltà seppe attingere risorse legnose per affrontare le esigenze della vita civile e militare. Quando si parla di sfruttamento del patrimonio forestale da parte degli antichi Romani, ci si riferisce sostanzialmente alle attività belliche e in particolare alle opere grandiose della marina navale. Per questo nel I secolo d.C., non solo le foreste dell’Europa ma anche quelle dell’Asia Minore erano state ormai intensamente sfruttate per usi navali. E cosi, man mano che allargava l’area di influenza della sua civiltà, Roma distruggeva, con le antiche foreste, anche le proprie origini. Li si trovavano infatti, non solo il legno, ma anche i miti, le leggende e la cultura dei vari popoli sottomessi come i Celti, i Traci e i Mauritani e tutti i popoli che cadevano sotto l’influenza dei discendenti di Romolo.

Medioevo e la “Selva oscura”.

 Nell’Alto Medioevo, vigeva un’economia chiusa. A quei tempi ci si spostava poco. Il viaggio, da una città all’altra, avveniva spesso attraverso territori coperti da foreste, ed era pieno di insidie. Nel Medioevo le foreste, popolate come erano di bestie feroci e di briganti, erano davvero inospitali, ed attraversarle rappresentava un rischio reale. La chiesa identificava quindi il bosco come la selva oscura, roccaforte del culto pagano, patria di streghe e di ogni bestialità.  Questo atteggiamento della chiesa si spiega anche con il difficile percorso di evangelizzazione delle zone rurali europee presso le quali resistevano culti pagani legati alla natura, da sempre diffusi nella cultura contadina.forest-56930_960_720
Foreste e monachesimo

A partire dall XI secolo la società medievale subì importanti trasformazioni, che si ripercossero sul manto forestale. La crescita demografica e l’affermazione della città sul feudo modificarono l’atteggiamento nei confronti del bosco, che veniva considerato più come fornitore di carbone e legno e soprattutto come spazio per nuovi insediamenti e colture cerealicole. Comunità religiose, intanto, individuavano nei territori boscati i luoghi ideali per dedicarsi alla preghiera e al lavoro. La spiritualità del cristianesimo medievale si tradusse quindi nella spiritualità della foresta. I monaci Camaldolesi e i monaci Cistercensi cercarono la solitudine dei boschi soprattutto per “addomesticarli”. Il rispetto della natura non significava soltanto osservarla in un meditato distacco, ma guidarla a beneficio della comunità. I Benedettini coltivavano la foresta tenendo presenti le esigenze delle loro abbazie, senza disdegnare il commercio di legname. Questo permetteva ai monaci di vivere senza ricorrere all’elemosina. Occorreva però puntare sul legno di conifere, capace di fornire assortimenti di valore superiore. I boschi misti a prevalenza di querce e faggio furono perciò sostituiti con boschi di abeti. Diverso fu l’atteggiamento dei Francescani. Essi fecero la silvicoltura in relazione ai bisogni di autoconsumo e di sostentamento dei poveri. E’ cosi che i seguaci di San Francesco gestirono il bosco in modo assai diverso rispetto ai Benedettini: le utilizzazioni boschive furono assai contenute e comunque eseguite in modo da favorire la rinnovazione del bosco e ridurre così la densità eccessiva. E’ quello che oggi si potrebbe definire una gestione ecologica del bosco, di cui non si esclude l’uso, purchè moderato e rispettoso di un bene che appartiene a tutti. Il bosco, per i Francescani era parte integrante del convento. La conseguenza è che i tratti boscati adiacenti ai conventi francescani sono tutt’oggi ricchi di specie arboree e arbustive. PRAGLIA

 

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